
Il sergente Petkovic è amato dalla sua truppa perché difende sempre i suoi uomini e loro sono disposti a fare qualsiasi cosa per lui. Il sergente Petkovic è adorato dalla gente, perché ha fatto e sta facendo dei veri e propri miracoli, come un bravo capo che sa di avere cibo e munizioni limitate, quindi deve vincere la battaglia ma razionare con grande intelligenza le poche risorse a disposizione e architettare sempre qualcosa di nuovo e di diverso per spiazzare avversari meglio attrezzati. Ma il sergente Petkovic, merita di essere protetto e aiutato per portare a termine questa missione che all’inizio sembrava quasi impossibile ma che ora, soprattutto grazie a lui, appare fattibile.
Il sergente Petkovic, fino ad oggi ha fatto sempre di necessità virtù. Non ha mai alzato la voce con la società, non ha mai avanzato pretese come tanti suoi colleghi, lui ha sempre lavorato e lavorato, addossandosi le responsabilità delle sconfitte e lasciando ai suoi uomini i meriti per le vittorie. Anzi, lasciando anche a colonnelli e generali una vetrina che semmai sarebbe spettata a lui. Ma il sergente Petkovic è fatto così: lui è un uomo da campo di battaglia, non da feste e ricevimenti per celebrare successi intermedi, perché il suo unico obiettivo è vincere la guerra. E per vincere la guerra, ha un bisogno disperato di aiuto, anche se pubblicamente non lo confesserà mai, perché lui è fatto così.
Ancora per le prossime due settimane, ricche di battaglie importanti (due partite con la Juventus per agganciare la finale di Coppa Italia e due sfide di campionato contro Palermo e Chievo), è possibile aiutare il sergente Petkovic, poi sarà troppo tardi, perché dal 1° febbraio in poi verranno tagliati i rifornimenti e si dovrà andare avanti con quello che c’è a disposizione. Che non è poco, sia chiaro, ma che appare a tutti insufficiente per vincere la guerra. Fino ad oggi, dicevamo, il sergente Petkovic ha mischiato le carte, è stato bravissimo a cambiare tattiche e schemi. Con un turnover ragionato e con grande intelligenza è riuscito a mascherare i limiti di un organico numericamente parlando abbondante (anche troppo), ma privo di grandi alternative di qualità in certi ruoli, Ma non può fare miracoli in eterno, perché il logorio della battaglia comincia a farsi sentire. Trovare gli uomini da mandare in campo sabato a Palermo, pensando che tre giorni dopo c’è una battaglia importantissima a Torino con la Juventus, non sarà facile. Klose è più no che sì, Gonzalez è sicuramente no come Ederson, detto “Swarovski” per la sua ben nota fragilità. Candreva è influenzato e Brocchi è un’incognita. Ledesma è stanco, ma non può permettersi di riposare anche perché Onazi è in missione in Africa e il suo alter ego dello scorso anno, Matuzalem, in questa stagione non ha mai fatto parte della pattuglia. Dias è ancora in convalescenza, mentre Diakité è in cella d’isolamento, come lo sono da tempo pure Zarate, Sculli, Foggia e Zauri. Una squadra intera, se si considera che Carrizo è arruolato ma il suo destino è appeso ad un filo, per motivi di budget. In queste condizioni, è impossibile pensare ad un turnover ragionato. Va in battaglia chi è in grado di imbracciare un fucile, per non rischiare di perdere definitivamente quelli che a malapena si reggono in piedi. E nonostante tutto, il sergente Petkovic sta vincendo la sua guerra. Qualcuno dice perché gli avversari designati la stanno perdendo (Milan e Roma in testa, poi Inter e Napoli a ruota), ma il bollettino di guerra parla chiaro e parla a favore del sergente Petkovic e della sua truppa.
Per tutte queste ragioni, se avesse colonnelli e generali intelligenti e decisi a vincere come lui e i suoi ragazzi, il sergente Petkovic meriterebbe di ricevere immediatamente dei rinforzi. Non soldati per fare numero agli occhi degli avversari, ma guerrieri veri disposti a buttarsi anima e corpo in questa battaglia, gente disposta a strisciare nel fango, non damerini che pensano più a mostrare la divisa bella in ordine e le medaglie lucenti ricevute in passato che a come conquistarne di nuove gettandosi a capofitto in questa guerra. Serve qualità. Il sergente Petkovic non chiede la Luna, ma un paio di elementi in ruoli chiave gli servono come il pane: di sicuro un centrocampista in grado di far rifiatare Ledesma ma anche Gonzalez (Naingollan sarebbe il soldato perfetto…), poi un attaccante o un difensore. Ma trovare una punta da almeno dieci gol a stagione e con le caratteristiche di Klose non è facile (e costa troppo per le casse vuote della Lazio), quindi allora magari sarebbe meglio prendere due centrocampisti, perché è in quel reparto che si vincono le guerre. E lo sa bene il tenente Eriksson, che nel 2000 vinse la sua guerra proprio grazie alle imprese dei suoi centrocampisti: da Nedved a Stankovic, da Veron a Simeone. Furono loro a vincere le battaglie decisive.
Probabilmente il sergente Petkovic quest’anno non riuscirà ad arrivare dove è arrivato tanti anni fa il tenente Eriksson, ma questa è una guerra diversa. Per vincerla, non bisogna per forza di cose arrivare ad issare la bandiera biancoceleste in cima alla collina e guardare tutti dall’alto. Basta fermarsi anche un gradino sotto, dopo aver comunque lottato per arrivare in vetta. E se ci riuscirà, per il sergente Petkovic e la sua pattuglia ci saranno solo applausi, incondizionati e scroscianti. Perché se uno lotta e mette tutto quello che ha sul campo di battaglia per vincere la guerra, merita solo gloria e rispetto, indipendentemente dal risultato finale. Perché come diceva Napoleone, è meglio avere un generale fortunato che uno bravo, perché spesso e volentieri è la fortuna a decidere l’esito di una battaglia o di una guerra quando gli eserciti sono di pari forza. Fino ad oggi, Petkovic ha dimostrato di essere sia bravissimo che fortunato, quindi, perché sprecare questa chance che il destino ci offre su un vassoio d’argento negando al sergente e ai suoi uomini viveri e munizioni per arrivare fino in fondo? Non si chiede la Luna, solo di poter continuare a combattere. E a sognare la vittoria…
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