Il killer non è né il fato che ha messo ko Hernanes o il Manfredini di turno che ha messo fuori uso Klose. Per identificare il vero assassino in questo caso non servono né indagini né identikit, perché ha un volto (purtroppo) noto, un nome e un cognome: Claudio Lotito. E’ lui, da anni, il vero nemico della Lazio. Lo pensano praticamente tutti i laziali, ma solo pochissimi hanno il coraggio di uscire allo scoperto e di puntare l’indice accusatorio verso il vero (se non unico) responsabile di questo omicidio volontario e premeditato. E la vittima non è solo la Lazio, ma tutti i laziali, almeno quelli che fino a pochi giorni fa avevano ancora la forza di sognare e di lottare per tenere vivo quel sogno di poter assistere ad un finale diverso della solita storia.

Non ci voleva la sfera di cristallo, non servivano poteri soprannaturali per prevedere già mesi fa quello che è puntualmente successo in questi giorni, perché la dote principale del soggetto in questione è quella di essere prevedibile, anzi, scontato come il sole che sorge la mattina e tramonta a fine giornata, per giunta ad orari prestabiliti. Sì, perché oltre alle mosse, sono scontati anche i tempi, i comportamenti e le frasi che pronuncia a seconda degli eventi, anche perché sono sempre gli stessi da otto anni e mezzo. Al massimo cambia qualche disco, modifica leggermente il testo, ma la musica in sottofondo è sempre la stessa. Un vero e proprio loop, snervante, irritante al punto da far perdere la pazienza anche al più pacato dei tifosi, a quello che pur di veder scendere in campo undici maglie biancocelesti è disposto ad accettare e a ingoiare qualsiasi cosa. Ieri, anche quel tifoso si è sentito preso in giro, si è sentito privato della possibilità di continuare a sognare, perché l’infortunio di Klose lo ha riportato alla realtà. Quella che era sotto gli occhi di tutti da tempo, ma che oggi è visibile anche a chi non riusciva a vedere o che pur di non vedere e non sentire si è tappato occhi e orecchie o ha messo direttamente la testa sotto terra. Oggi, guardando i nomi dei giocatori a disposizione di Petkovic per gli impegni dei prossimi 15 giorni (due sfide in Europa League con il Borussia Moenchengladbach con in mezzo due sfide di campionato con Napoli e Siena), decisivi per i destini della Lazio è evidente, palese, l’inadeguatezza della rosa affidata al tecnico bosniaco. Nel numero totale dei giocatori, nella alternative per i vari ruoli e anche nella qualità dei rincalzi a disposizione.
Ora è troppo tardi per rimediare all’ennesimo scempio, ma quello che fa rabbia è che c’era tutto il tempo a disposizione per poter scrivere un copione diverso. Noi ci abbiamo provato in tutti i modi a lanciare l’allarme, a provare a fare le formiche evitando di unirci al coro assordante delle cicale che pensavano solo al presente e che si beavano della luce di una classifica provvisoria rifiutandosi di prendere in considerazione il fatto che dopo la luce arriva il buio, che dopo ogni estate arrivano inevitabilmente prima l’autunno e poi l’inverno. Abbiamo provato a lanciare l’allarme, a chiedere un aiuto per il povero “sergente Petkovic” (http://www.sslaziofans.it/contenuto.php?idContenuto=27918) che alla guida di un manipolo di combattenti avrebbe meritato di ricevere rifornimenti adeguati per continuare la sua battaglia. Servivano cibo e armi, sono arrivate solo chiacchiere e promesse spazzate via dal vento gelido dell’inverno. Si è arrivati a negare anche l’evidenza pur di giustificare l’immobilismo; l’assassino si è addirittura offeso e ha puntato l’indice contro i suoi accusatori nell’estremo tentativo di mischiare le carte o di ribaltare i ruoli e le responsabilità. Ma come ci dicevano da bambini, le bugie hanno le gambe corte. E l’ennesima menzogna, stavolta ha fatto pochi passi. E come succede quando il primo sole primaverile scioglie la neve, è venuto subito fuori quello che si era tentato di nascondere sotto quel candido manto bianco.
La Lazio attualmente un organico di 26. Tre sono ufficialmente fuori rosa (Zarate, Foggia, Diakité); uno (Cavanda) quasi; uno (Onazi) è impegnato nella Coppa d’Africa per altri dieci giorni; cinque sono infortunati (Klose, Hernanes, Ederson, Brocchi, Candreva) e quattro di questi nella migliore delle ipotesi torneranno a disposizione di Petkovic a fine febbraio, inizio marzo. Il tecnico bosniaco, quindi, si ritrova con 16-17 giocatori con cui dover affrontare 4 partite nel giro di 12 giorni, quindi nell’impossibilità di operare un minimo di turnover e costretto a pregare che non arrivino squalifiche o altri schiaffi del destino. A Genova in panchina come terzo portiere c’era tal Thomas Strakosha, ragazzino albanese (quando si dice la combinazione…) che compirà 18 anni a metà marzo e che fino a poche settimane fa faceva la riserva nella Primavera. In difesa abbiamo tre centrali per due posti, perché il quarto è pagato ma sta in tribuna. A centrocampo, al momento abbiamo cinque giocatori abili per quattro posti compreso il jolly Lulic. In attacco sono rimasti solo Floccari e Kozak.
Questa sarebbe la rosa “supercompetitiva” e “adeguata” di cui si vantava l’assassino, nel tentativo grottesco di difendere il suo operato e di sostenere la tesi che non servivano innesti nel mercato di gennaio, perché non c’era nulla da riparare e quindi era inutile intervenire. Se non è un omicidio volontario e premeditato questo, ditemi voi quando si può parlare di omicidio.
Come se ne esce? L’unica possibilità è prendere il coraggio a due mani e pescare nella squadra Primavera, soprattutto in attacco. Keita compirà 18 anni tra un mese, ma ha fisico, tecnica e la sfrontatezza necessaria per essere buttato nella mischia. Una società seria, consapevole della gravità del momento e degli errori commessi, toglierebbe immediatamente ogni veto sull’utilizzo dei giocatori attualmente fuori rosa, a partire da Diakité e Cavanda. Ma nella premessa iniziale c’è già l’esito finale, ovvero l’impossibilità che questo possa succedere. Per il resto, c’è solo da stringersi intorno al “sergente Petkovic” e a quel manipolo di combattenti che stanno facendo miracoli e che ieri sono stati anche accusati dall’assassino di “non avere mentalità vincente”. Mi chiedo cosa dobbiamo sopportare ancora, ma soprattutto quanto dobbiamo sopportare ancora prima di esplodere? E’ vero, per il bene della Lazio bisogna stringersi intorno alla squadra, ma se si vuole veramente il bene della Lazio si deve fare e una volta per tutte terra bruciata intorno a chi gestisce la Lazio. Perché nella vita si possono fare due cose contemporaneamente, senza che per forza di cose una escluda l'altra. Basta tentativi di difendere l'indifendibile in radio o suoi giornali da parte degli amichetti di Tare. Basta mani tese o tentativi di ricucire un qualcosa che non si può ricucire, se non in modo temporaneo e per giunta falso, perché dall’altra parte non c’è e non c’è mai stata voglia di stringere quelle mani tese, di ricucire, di dare corpo alle speranze di una tifoseria che chiede di poter sognare o anche solo sperare.
Un giorno tutto questo finirà, perché la storia ci insegna che tutto ha un inizio e una fine. E basta conoscere la storia per sapere che quel giorno l’assassino farà la fine di tutti i dittatori. Perché tutti noi abbiamo un appuntamento che il destino. E quasi tutti noi troviamo la forza per andare avanti nell’attesa e nella speranza di poter vedere e vivere quel giorno…
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