mercoledì 20 febbraio 2013


Sono da sempre un animale strano e un giornalista abbastanza atipico, perché non amo cavalcare l’onda e tantomeno andare dove soffia il vento o dove porta la corrente. Anzi, da qualche anno a questa parte navigo proprio controcorrente, dicendo e scrivendo sempre quello che penso indipendentemente dai risultati. E questo ha dato fastidio a tanti e mi è costato molto, tanto, forse troppo. Per me sarebbe molto più facile cavalcare sempre l’onda: picchiare quando le cose vanno male, esaltare quando vanno bene. Insomma, evitare di discutere con il mondo intero, in modo da essere benvoluto da tutti. Così facendo, ad esempio, avrei potuto vendere più libri, invece di essere boicottato solo perché mi chiamo Stefano Greco, indipendentemente da quello che faccio, dico o scrivo. La Lazio a casa mia ha sempre significato soldi in uscita, diretti o indiretti. Dai soldi spesi per seguirla a quelli versati in aumenti di capitale. Quindi, a differenza di tanti miei colleghi, mi sono sempre potuto permettere il lusso di dire quella che per me è la verità senza dover fare conti, senza dovermi fermare a pensare a quello che potrei perdere a fine mese dicendo o scrivendo quello che penso veramente. Insomma, so di non essere il modello dell’italiano classico, quello un po’ paraculo, menefreghista quanto basta e voltagabbana quando serve.

Vi chiederete il perché di questa lunga premessa e dove voglio andare a parare. Il perché è semplice: quello che sto per scrivere sicuramente non piacerà a qualcuno e probabilmente lascerà un po’ interdetto chi mi segue da tempo. Ma è da qualche settimana che ho dentro questa cosa e ascoltando giovedì sera l’intervista di Petkovic, guardando gli occhi di questo gentleman prestato al calcio, ho deciso di tirarla fuori.

“In certe partite, come è successo questa sera a Mönchengladbach, i tifosi e lo stadio pieno possono mettere una certa pressione. Noi abbiamo avuto una grande reazione, i ragazzi stanno dimostrando di essere una grande squadra e io mi auguro nella partita di ritorno di avere uno stadio pieno e un grande pubblico tutto dalla nostra parte”.

Un vero e proprio appello quello di Petkovic, quasi accorato. E ha ragione. Questa squadra e questo allenatore, per quello che stanno facendo e per il cuore che stanno mettendo in campo, senza mai arrendersi nonostante le mille difficoltà, meritano un aiuto, un grande abbraccio senzaSE e senza MA. Meritano uno stadio pieno giovedì sera contro il Borussia Mönchengladbach, nonostante l’orario, la crisi economica e i mille motivi che in questi anni hanno portato tanti di noi ad allontanarsi dalla Lazio, soprattutto a causa della presenza di Lotito. Io la mia scelta l’ho fatta il 12 marzo del 2006, in occasione del primo sciopero. Da quella domenica ho smesso di andare allo stadio, di interrompere un rito settimanale che durava da quasi 40 anni e che aveva resistito a retrocessioni, scandali e tradimenti vari. Quel giorno ho sentito un crack, come se mi si fosse spezzato qualcosa dentro e ho detto basta. Ho derogato poche volte in questi sette anni, sempre e solo per mio figlio. E, sono sincero, non ho mai sentito il peso di questa scelta, perché per tanti motivi la Lazio di oggi non è quella alla quale ero legato o se volete non la sento mia. Ha gli stessi colori e lo stesso nome, ma è fredda e senza anima, come se fosse una sorta di clone. O meglio, lo era prima dell’arrivo di Vladimir Petkovic.

Quest’uomo mi ha ispirato fin dall’inizio simpatia, mi è piaciuto il suo approccio, il suo stile, e nonostante qualche battuta ironica non l’ho mai contestato né tantomeno gli ho sparato addosso come hanno fatto in molti quando la Lazio passava di sconfitta in sconfitta. Anzi, quando in estate qualcuno chiedeva già la sua testa, mi sono chiamato fuori da quel gioco, anche se quei risultati mi avrebbero offerto su un piatto d’argento la possibilità di contestare chi lo aveva scelto, ovvero Lotito e Tare. Non l’ho fatto per una questione di coerenza. Perché credo in certi valori, soprattutto nell’educazione e nel rispetto delle regole, nella vita di tutti i giorni come nello sport e nel lavoro. E quindi non cambio idea a seconda del risultato, non interpreto le regole a seconda di quello che mi conviene in quel momento. Se per essere considerati veri tifosi bisogna diventare ciechi, sordi, paraculi e molto smemorati nel nome dei tre punti, allora senza dubbio non posso essere più considerato un “tifoso”. Ma sono coerente. Non sopportavo Reja e il suo non gioco quando la maggioranza lo difendeva e sosteneva che solo lui poteva tirare fuori certi risultati da quel gruppo. Per questo contestavo il suo modo di gestire la Lazio. Petkovic, invece, mi piace e mi ha fatto riscoprire il gusto di seguire le partite della Lazio, con un trasporto sempre crescente. E giovedì sera al 3-3 di Kozak ho festeggiato come non mi succedeva da anni, ho quasi abbracciato il televisore vedendo il volto sorridente del tecnico bosniaco e poi quell’abbraccio ai suoi ragazzi. E quando l’ho sentito fare quell’appello quasi accorato, ho deciso di rompere gli indugi e di appoggiarlo in tutto e per tutto, mettendo in un cassetto Lotito, i suoi teatrini, l’antipatia per questo personaggio e per chi gestisce con lui la società.

GIOVEDI’, CHI PUO’ VADA ALLO STADIO, SENZA USARE LA SCUSA DELL’ORARIO O DELLA CURVA A 20 EURO PER DISERTARE L’APPUNTAMENTO. Perché leggere che su 15.000 biglietti venduti più della metà sono stati acquistati da tifosi tedeschi, è uno scandalo. Petkovic e i suoi ragazzi meritano uno stadio pieno, un abbraccio caloroso come quelli che solo noi sapevamo regalare nei momenti di grande difficoltà. Uno di quegli abbracci con cui riuscivamo a trasmettere ai giocatori le energie che non avevano e che gli servivano per portare fuori dai guai la Lazio. L’abbraccio di quel Lazio-Catanzaro del 1980 con mezza squadra in carcere e D’Amico e Garlaschelli a guidare una banda di ragazzini; l’abbraccio dei 70.000 di quel Lazio-Catania del 1983 decisivo per tornare in Serie A; l’abbraccio di Lazio-Vicenza e di
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Lazio-Campobasso; l’abbraccio lungo un anno e mezzo dopo la cessione di Nesta e Crespo e l’addio forzato di Cragnotti che ha consentito alla Lazio di sopravvivere. Ecco, giovedì bisogna mettere tutto da parte almeno per una sera, perché serve quel tipo di abbraccio e di calore per dare seguito all’impresa di Mönchengladbach. Quindi alzate il sedere dal divano e andate, magari trascinando di peso qualche amico che da anni ha fatto la stessa scelta. All’inizio magari storcerà la bocca, ma poi vi ringrazierà.

Io che da anni ho deciso di disertare, che ho sempre considerato lo stadio vuoto il mezzo migliore per liberarsi della presenza di Lotito e che non mi sono spostato di un millimetro dalle mie posizioni anche dopo la conquista di due trofei, chiedo a chi può di andare giovedì sera all’Olimpico, come gesto simbolico. Perché il Borussia Mönchengladbach non ha il fascino della Juventus così come questi sedicesimi di finale di Europa League non hanno l’importanza di una semifinale di Coppa Italia, ma noi laziali non abbiamo mai guardato al blasone degli avversari quando c’era da stringersi intorno alla squadra.

Farlo non significa arrendersi e tantomeno abdicare, ma solo dire: “NOI CI SIAMO, SIAMO TORNATI SOLO PER VOI”. Perché io non ho cambiato idea, non mi sono spostato di un millimetro dalle mie posizioni e penso oggi le stesse cose che pensavo a settembre e che ho sempre pensato negli ultimi sette anni. Ma Petkovic e la squadra meritano uno stadio pieno di gente e di entusiasmo, come succedeva quando non eravamo divisi in mille fazioni e il bene della Lazio era solo e per tutti riempire uno stadio di calore. Possiamo ancora farlo, possiamo ancora tornare ad essere quelli che eravamo una volta. Forse è solo utopia, ma sarebbe bello se succedesse veramente, almeno per una sera…

STEFANO GRECO – Laziomillenovecento

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