giovedì 14 febbraio 2013

Dortmund e Mönchengladbach : 2 Borussia, una sola Lazio


DORTMUND
Sono passati quasi vent’anni, ma sembra ieri. Non c’è neanche bisogno di aprire l’album dei ricordi per rivivere le emozioni di quel giorno, di quella prima trasferta in terra tedesca della storia e anche se Dortmund e Mönchengladbach in apparenza c’è solo il nome Borussia davanti a fare da comune denominatore, quante analogie ci sono tra queste due trasferte. Tante da far venire i brividi, tante da far riaffiorare in un attimo sensazioni quasi perdute.

Mönchengladbach dista solo 97 chilometri da Dortmund, circa un’ora e un quarto di macchina, per questo quello tra i due Borussia di Germania è un vero e proprio derby. Quando in quella serata del 14 marzo del 1995 sbarcammo a Dortmund con il cuore gonfio di speranza, toccando quasi con mano la prima semifinale di Coppa Uefa della nostra storia, il vero Borussia è quello con le maglie giallo e nere, quello di Chapuisat e Klos, quello di Julio Cesar, Reuter, Sammer e Andy Möller, ma soprattutto di Karl Heinz Riedle, ceduto proprio la stagione prima dalla Lazio per far spazio ad Alen Boksic. Uno squadrone che nel giro di due anni sarebbe salito sul trono d’Europa, conquistano a Monaco di Baviera la Champions League.

Quell’anno la Lazio aveva appena cambiato volto, completamente. Era andato via Dino Zoff, che nell’immaginario collettivo rappresentava la storia ma un calcio antico, ed al suo posto era arrivato un giovane allenatore straniero, boemo, che parlava però alla perfezione l’italiano, Zeman è diverso da Petkovic, ma il ricorso storico con il passaggio tra il calcio antico di Reja a quello portato a Roma dal tecnico bosniaco ci sta tutto. Anche se basterebbe anche solo accennare un paragone tra Cragnotti e Lotito per chiudere subito ogni discorso su eventuali analogie tra quella e questa Lazio. Ma battute a parte, la trasferta di oggi mi riporta alla mente quella serata al Westfalenstadion, la musica assordante, quella muraglia giallo e nera davanti agli occhi, i giganteschi steward che sostituivano in tutto e per tutto la polizia, ma soprattutto quello spicchio di stadio colorato di bianco e celeste, con circa tremila tifosi laziali arrivati da Roma ma anche da Milano, dal Belgio e addirittura dall’Olanda per vivere quella serata dal sapore magico. All’andata avevamo vinto solo 1-0 grazie ad un autogol di Freund, ma mai risultato era stato più bugiardo. Tra pali, traverse e miracoli di Klos, il Borussia si era letteralmente salvato da una goleada, lasciando l’amaro in bocca ai 55.000 che avevano affollato lo stadio Olimpico. Quel 14 marzo, iniziato con una festa in piazza a Dortmund tra musica, canti e birra che scorreva a fiumi, con le tifoserie mischiate in una festa di colori in quel terzo tempo anticipato per noi quasi irreale, finì però male, malissimo. Per colpa di un arbitro a dir poco allucinante (l’ungherese Vagner), di tanta sfortuna e di episodi rimasti misteriosi e quasi leggendari. Come quello che a distanza di anni non è mai stato chiarito: la fuga di Bokisc verso gli spogliatoi e un’assenza durata addirittura 7 minuti (tra il 60’ e il 67’) con la Lazio in dieci e tutti noi a chiederci che cosa stava succedendo, perché Zeman non operava uno dei due cambi che aveva a disposizione. Roba da calcio di altri tempi, quando Piola ferito rientrava negli spogliatoi per farsi suturare una ferita alla testa per poi rientrare tutto fasciato, ma all’epoca non c’era la possibilità di fare sostituzioni. Boksic non era ferito, Boksic non zoppicava, Boksic aveva imboccato di corsa il tunnel che portava negli spogliatoi senza dire niente a nessuno ed era riapparso come se nulla fosse dopo sette minuti. Un mistero. C’è stato anche questo il quella trasferta finita nel peggiore dei modi proprio allo scoccare del 90°, con l’espulsione di Chamot e il gol di Karl Heinz Riedle che ci negò la possibilità di giocarci la qualificazione ai tempi supplementari, dopo due rigori solari negati e un arbitraggio irritante al punto che solo i giganteschi steward tedeschi avevano sventato l’invasione di campo.

Questa mattina sono andato a cercare nel cassetto dei ricordi il biglietto di quella partita, dimenticando che non c’era nulla da cercare, perché in mezzo ai biglietti delle sfide in trasferta con Minsk, Trelleborg e Trabzonspor, quello non c’era, perché l’avevo strappato per la rabbia all’aeroporto, verso le due di notte, mentre stavamo stipati e quasi reclusi in attesa di tornare a Roma.

Non ho fatto questa premessa per evitare di parlare della sfida di oggi con il Borussia Mönchengladbach, ma solo perché questa trasferta mi ricorda tanto quella serata. E forse per la prima volta da anni, oggi mi fa male stare a casa e provo un senso di magone leggendo i messaggi degli amici di tante trasferte in Italia e in Europa volati in Germania. Arriviamo a questa sfida senza Klose, ma con un Floccari che ha dimostrato di essere decisivo come e più del tedesco. Arriviamo a questa sfida con negli occhi i 60’ contro il Napoli in cui si è vista forse la Lazio più bella degli ultimi dieci anni, ma con il cuore ancora gonfio di delusione per quel pareggio arrivato in extremis e per quella traversa di Floccari che allo scadere ci ha negato una vittoria importantissima. Arriviamo a Mönchengladbach con tanti giocatori stanchi e qualcuno non al meglio, ma oramai abbiamo imparato a convivere con l’emergenza e ci siamo rassegnati alla mancanza di alternative in certi ruoli. Arriviamo a questa sfida con il Borussia, però, con la consapevolezza di aver ritrovato anche in campionato la Lazio vera, quella che ha costretto alla resa la Juventus di Conte e conquistato la settima finale di Coppa Italia della storia. Siamo sbarcati a Mönchengladbach con la serenità di chi sa di potersela giocare ad armi pari, non con la prosopopea di chi pensa di essere superiore. Affrontiamo il Borussia fidandoci ciecamente di Vladimir Petkovic, come non ci capitava da chissà quanto tempo con un allenatore della Lazio.

Non lo so se questi sono lieti auspici, non lo so se e quanta strada faremo in questo torneo e se a marzo torneremo magari di nuovo in Germania per sfidare lo Stoccarda, ma so che è bello viverla questa serata, perché riporta un po’ indietro nel tempo. Sono passati quasi vent’anni, tra Dortmund e Mönchengladbach in comune c’è solo la parola Borussia, ma le sensazioni e le emozioni sono le stesse di quel 14 marzo del 1995.

STEFANO GRECO – Laziomillenovecento

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